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Contratti per l’ecommerce e condizioni di vendita chiare e trasparenti

Contratti per l’ecommerce e condizioni di vendita chiare e trasparenti

Il commercio elettronico, alla luce degli eventi attuali, è strumento essenziale per le  imprese in mercati sempre più liquidi, dove spazio e tempo hanno assunto una diversa declinazione. In realtà, la rivoluzione digitale da tempo ha cambiato le abitudini e le richieste dei consumatori e delle imprese.

Oggi, il commercio elettronico è sempre più uno strumento essenziale per le imprese per essere competitive ma è ,indubbiamente, un ambito articolato e complesso nel quale occorre muoversi con efficacia.

Il commercio elettronico consente di rinnovare il business e di essere concorrenziali anche su mercati internazionali ma è necessario dotarsi degli strumenti giusti anche e soprattutto sul piano contrattuale. Una buona transazione deve essere “vestita” con un buon contratto, che racchiuda in sé ,in modo trasparente, i diritti e gli obblighi delle parti, che aiuti a generare fiducia in chi acquista e che esponga in modo chiaro e dettagliato tutti i passaggi, dall’acquisto all’eventuale recesso, dalle modalità di pagamento a quelle di consegna. 

La creazione di fiducia è elemento essenziale per lo sviluppo dell’e-commerce. Occorre, quindi , che vi sia fiducia in regole chiare di conclusione del contratto, nel metodo di pagamento, nel sistema di consegna merce, nelle procedure di risoluzione di eventuali controversie, nella immagine positiva che l’impresa ha sul web coronato dai commenti positivi da parte dei clienti/ consumatori. E l’altra parola chiave è Trasparenza.       

Come deve essere un contratto per l’e-commerce ?

La prima domanda che ci dobbiamo porre è :cos’è il commercio elettronico ?. La Commissione Europea, sin dagli anni ’90, ha definito il commercio elettronico quale: “ svolgimento di attività commerciali per via elettronica, basato sulla elaborazione e trasmissione di dati”: di fatto, tutte le attività commerciali che avvengono per il tramite dello strumento elettronico.

In particolare,  la legislazione italiana lo intende in senso stretto quale la vendita di beni e servizi.

Il commercio elettronico può declinarsi come B2B ,commercio tra privati, ma in particolare il grande rilievo lo assume il B2C , la azienda che vende al consumatore finale. La interazione tra chi vende e chi acquista muta radicalmente e quindi, la impresa che vende online dovrà monitorare con attenzione la volontà di acquisto ed i bisogni nuovi che emergono molto rapidamente. Il cliente/ consumatore ha la possibilità di comparare in tempo reale le offerte e le proposte on line nello stesso settore ed infine  è molto importante anche il periodo che segue la vendita.

Che cosa occorre fare, quindi, affinché la vendita on line sia correttamente supportata dagli strumenti contrattuali necessari ?  Come prima cosa occorre che la parte legale sia chiaramente espressa con un linguaggio accessibile ; questo conferirà valore aggiunto alla attività ed un elevato livello di sicurezza nella transazione . Occorre prestare particolare cura alle informazioni precontrattuali, alla forma dei contratti che verranno pubblicati , alle policy ed ai disclaimer.  Il linguaggio dovrà essere chiaro, per meglio tutelare il consumatore ma anche per ridurre al minimo le possibili contestazioni. 

Le condizioni generali di vendita online 

Come prima cosa occorre dire che le clausole e le condizioni generali di contratto devono essere messe a disposizione del destinatario in modo da consentirgli la memorizzazione e la riproduzione. 

Il contratto che si conclude on line è definito dalla normativa “contratto telematico”, al quale si applicano, in ogni caso , le norme sulla conclusione dei contratti in generale a cui si aggiunge una normativa speciale,  nazionale ed europea.

Le condizioni generali di vendita devono contenere, necessariamente ed invia inderogabile:

a) le varie fasi tecniche da seguire per la conclusione del contratto;

b) il modo in cui il contratto concluso sarà archiviato e le relative modalità di accesso;

c) i mezzi tecnici messi a disposizione del destinatario per individuare e correggere gli

errori di inserimento dei dati prima di inoltrare l’ordine al prestatore;

d) gli eventuali codici di condotta cui aderisce e come accedervi per via telematica;

e) le lingue a disposizione per concludere il contratto oltre all’italiano;

f) l’indicazione degli strumenti di composizione delle controversie      

Principali clausole di vendita online 

Dunque, il contratto deve essere chiaro, leggibile, comprensibile dal cliente/ consumatore e privo di tecnicismi legali. Le informazioni sul prodotto devono essere veritiere e non ingannevoli e le immagini che descrivono il prodotto devono essere aggiornate. Deve essere chiaro il momento di conclusione del contratto, il prezzo deve essere corretto e va regolato il caso in cui  intervengano errori derivati da errori del sistema. Va ben disciplinata la modalità di spedizione ed il caso in cui vi siano ritardi e prodotti non disponibili. Vanno indicate dettagliatamente le modalità di pagamento e le indicazioni sulla sicurezza delle informazioni. Deve essere chiaro il momento in cui si perfeziona il contratto. Va disciplinato il caso di recesso ed il diritto di ripensamento.

Un aspetto su cui bisogna porre particolare attenzione è quello relativo alle cosiddette “clausole vessatorie”, quelle clausole che “ malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto “ come recita il codice del Consumo.  Le  clausole vessatorie si possono suddividere in  clausole che prevedono limitazioni all’obbligo di adempimento del contratto , che derogano al principio di immodificabilità del contratto , ed alla irretroattività del consenso  e che limitano le difese del consumatore. 

Questa rapida carrellata vuole evidenziare come lo strumento contrattuale, che disciplina il rapporto tra chi pone in vendita il proprio prodotto e chi lo acquista, sia un elemento fondamentale per la buona riuscita di un sito e-commerce professionale, performante e competitivo. Non deve essere vissuto come elemento residuale bensì come strumento a sostegno della efficacia della vendita e va costruito unitamente a chi si occupa del posizionamento strategico del sito e della sua funzionalità. 

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Fase 2 della pandemia; la tecnologia può rappresentare il punto zero di un nuovo inizio per le professioni?

Fase 2 della pandemia; la tecnologia può rappresentare il punto zero di un nuovo inizio per le professioni?

Abstract:
Le professioni ed il loro evolversi all’interno della società e di una dimensione economica in rapido cambiamento. Il passaggio da una interpretazione conservativa e corporativa del ruolo delle professioni ad uno strumento di supporto e sviluppo al mondo produttivo. La crisi economica e la necessità di una nuova strategia che punti alla innovazione dei processi del lavoro, delle collaborazioni e della leadership. La tecnologia come punto zero per un nuovo inizio per le professioni nel terzo millennio.

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Per professione si intende una attività caratterizzata da una competenza tecnica specifica, acquisita per il tramite di una formazione qualificata e precipua, accompagnata da regole di esercizio della attività contenute in codici deontologici.
Già Max Weber, nell’individuarne la funzione nella società , descriveva le professioni come il tramite di un passaggio ad un ordine sociale “moderno” dove gli elementi caratterizzanti erano rappresentati da competenza e specializzazione.
Nel corso del XX secolo le professioni hanno visto trasformazioni economiche e normative che ne hanno modificato la natura intrinseca e che sono state vissute, dalla maggior parte dei protagonisti, con forte resistenza anziché come possibile risorsa.
Ci si è ancorati alla struttura ed alla visione tradizionale di professione, in particolare quella ordinistica, quale “porto sicuro” di fronte alle tempeste del cambiamento, non volendo comprendere che ci troviamo in un momento di passaggio verso il compimento della società post-industriale.
La legge n. ro 4 del 2013 ha disciplinato e riconosciuto le “nuove professioni” non ordinistiche inserite in una visione di una maggiore liberalizzazione del mercato, già iniziata con le riforme delle professioni ordinistiche degli anni 2011/ 2012.
Abolizione delle tariffe obbligatorie, introduzione delle società professionali con socio di capitale, obbligo di formazione permanente e riduzione del tirocinio per l’accesso alla professione.
In Europa , già la raccomandazione 2003/361/CE qualifica impresa “ ogni entità a prescindere dalla forma giuridica rivestita , che eserciti una attività economica ”e tra queste sono ricomprese anche le attività professionali di cui la Corte di Giustizia nel 2011 fornisce una definizione precisa : “ attività che presentano un pronunciato carattere intellettuale, richiedono qualificazione a livello elevato , sono soggette, di norma, ad una precisa e rigorosa disciplina .. l’elemento personale assume rilevanza particolare e si presuppone notevole autonomia”.
In Italia arriviamo ad equiparare tutti i lavoratori autonomi alle piccole e medie imprese con la L. 81 del 2017, che disciplina il “lavoro autonomo non imprenditoriale“ il così detto job acts autonomi, ai fini dell’accesso ai fondi comunitari ed agli appalti pubblici.
Tuttavia, queste possibilità che si sono aperte mostrando un orizzonte molto più ampio e “ globale” per lo sviluppo delle attività professionali, paiono trascurate sia dai principali interpreti che dalle istituzioni .
A differenza di un periodo d’oro delle professioni che possiamo situare negli anni ‘’80 del secolo scorso, oggi vi è una forte sottovalutazione dello stesso principio contenuto nell’art 35 della Costituzione : “ La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni” .
Il lavoro non è solo espressione del dualismo impresa/ lavoratore dipendente, ma vi è un terzo tipo di lavoro, quello intellettuale, con caratteristiche proprie, con competenze anche di valore e responsabilità sociale.
Di questo occorre prendere coscienza ed anche le Istituzioni devono comprendere come un settore della economia che muove il 21% del PIL nazionale non può essere trascurato anche in termini di politiche di sviluppo e sostegno.
Con la crisi economica del 2008 le professioni, in particolare quelle ordinistiche, hanno subito una forte scossa. Si è cominciata ad allargare la forbice tra una larga parte di soggetti con entrate fisse in quanto di fatto mono- committenti e studi di maggiori dimensioni e più organizzati che hanno aumentato il proprio peso economico rispetto al mercato dei servizi intellettuali.
Poi, come un fulmine a ciel sereno, la pandemia Covid 19 che si è imposta su di una situazione già complessa e di diffusa problematicità.
Le misure economiche a sostegno delle professioni sono state abbastanza timide; estensione di alcuni provvedimenti a sostegno delle PMI ,come la rinegoziazione dei mutuo prima casa o l’accesso al credito garantito, 600 euro per due mesi per i lavoratori autonomi ,ordinistici e non, entro un limite di reddito.
Il grosso tema è che i professionisti sono stati esclusi dai contributi a fondo perduto che potrebbero avere un apporto incisivo sulla vita di molti studi in reale difficoltà.
Vi è poca sensibilità istituzionale sul lavoro “autonomo” ,che non viene compreso nella sua funzione di volano economico e sociale.
Lo shock, causato dalla pandemia globale, ha impattato ed impatterà fortemente sulla struttura dei servizi professionali. Tuttavia, questa forte scossa, ha portato e porterà elementi di accelerazione di una trasformazione non solo economica ma, anche, normativa, tecnologica e della concorrenza.
I professionisti dovranno lasciarsi alle spalle una visione conservativa legata a parametri dello scorso secolo che non può più essere valido modello, ascoltare la richiesta del proprio settore, dei propri clienti e del proprio mercato per trovare la strada su cui indirizzare un nuovo percorso.
Certo, gli stringenti bisogni economici non consentono di avere la necessaria lucidità e per questo è opportuno un intervento di sostegno pubblico.
Ma è lavorando su di sé e sulle modalità di esercizio della propria professione che si potrà dare vita ad un rinascimento effettivo.
Lavorare su di sé; questo è il grande tema da affrontare. I professionisti faticano a comprendere, perché non fa parte della loro formazione tradizionale, che non è più sufficiente una salda preparazione tecnica per affrontare il nuovo mercato e le richieste dei clienti. Diviene importante comprendere se e quale capacità di leadership si è in grado di esprimere, se si riesce a sviluppare capacità di ascolto dei bisogni dei soggetti con cui si relazionano e quindi, collaboratori, dipendenti, colleghi, clienti se si è in grado di costruire e guidare un team. Per fare questo occorre una formazione specifica alla auto-imprenditorialità, arricchendo il proprio bagaglio anche di quelle “competenze trasversali” di cui non si può più fare a meno.
Una volta accresciuto il proprio bagaglio di competenze, i professionisti che operano, in particolare, a servizio delle imprese, ma anche dei privati, riusciranno ad assicurare più efficienza ed organizzazione sia nello svolgimento del proprio lavoro che nei rapporti verso l’esterno oltre che più servizi a favore del cliente e per farlo la tecnologia sarà uno degli elementi chiave.
I professionisti saranno i veri protagonisti della Gigabit Society; una iper connessione destinata a incidere fortemente sulla produzione ed i servizi e comporterà una forte riduzione dei tempi tra domanda e risposta.
La richiesta di incrementazione di produttività ed efficienza del servizio si affiancherà ad una richiesta anche valoriale. Anche per questo l’intelligenza emotiva dovrà affiancarsi alle skills tecniche.
La capacità di utilizzare la tecnologia per aumentare le prestazioni, sarà determinante.
La crisi ci ha fatto comprendere che l’utilizzo gestito della tecnologia è possibile (si pensi all’aumento esponenziale dell’uso del lavoro da remoto, forzato dal lockdown ma che ha squarciato il velo sulla possibilità di attuarlo in tempi molto brevi sia pure informa atipica) ed anzi, sempre più utile e necessario.
Il Coronavirus ha portato ad un momentaneo livellamento della economia. Molte aziende e studi professionali faticheranno a riprendersi e la pressione è forte.
A tutti i livelli, grandi, medi, piccoli studi, sarà necessario cambiare gli obiettivi strategici.
Si dovranno costituire team di lavoro specializzati, aggregarsi anche informalmente in reti che sviluppino progetti verticalizzati dove il talento di ciascuno, unitamente alla competenza specialistica, si integrerà /coordinerà, con il lavorio dell’altro.
Ed in questa visione, la tecnologia avrà un ruolo determinante.
Il lavoro a distanza, con la condivisione in cloud dei documenti con i collaboratori, i colleghi i clienti, comporterà maggiore sostenibilità economica, minori spostamenti ma maggiore interconnessione diretta.
L’utilizzo e lo sviluppo di nuove tecnologie, il riconoscimento vocale, la robotica, la intelligenza artificiale, comporteranno uno spostamento di posti di lavoro.
Si perderanno le attività ripetitive, seriali, che saranno sostituite dalle macchine, ma aumenteranno altre tipologie di lavoro, più creativo, costruito su obiettivi.
Gli studi dovranno, quindi, spostare la propria offerta dai servizi di base, che verranno presto deviati sulle piattaforme tecnologiche, a servizi sempre più specializzati.
A ciò, si dovranno affiancare competenze trasversali che derivino da una formazione alla autoimprenditorialità a supporto delle hard skills.
Siamo ad un punto zero per un nuovo inizio. La crisi repentina ci ha fatto comprendere che non potremo più tornare indietro, che ci dobbiamo dotare di soluzioni tecnologiche adeguate ad un ruolo che andrà interpretato sulla base della trasformazione digitale che è alla portata di Tutti ma che comporta un cambio culturale nell’interpretare il ruolo fondamentale delle professioni nel terzo millennio.

Note bibliografiche

M. Weber “Il Lavoro intellettuale come professione” Saggi Mondadori 2018

G.P. Prandstraller “Sociologia delle professioni” Milano 1980 Politecnico di Milano “osservatori professionisti ed innovazione digitale” www.osservatori.net

E. Spaltro “La forza di fare le cose” Edizioni Pendragon Bologna 2003

11 luglio 2020

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Il contratto di rete, una soluzione possibile ed auspicabile

Il contratto di rete, una soluzione possibile ed auspicabile

C’è necessità di modifiche normative che consentano ai lavoratori autonomi di dare vita a reti professionali

Da ormai un decennio a questa parte è in atto un profon- do mutamento nel mondo delle professioni. Al di là della crisi economica che si è sviluppata dal 2008, è emersa la necessità, da parte dei professionisti, di dotarsi di stru- menti innovativi per cercare di mantenere e sviluppare la propria attività.

Questa necessaria rivisitazione sul come svolgere la pro- fessione è stata stimolata in particolare dall’emersione della domanda di specializzazione da parte del mercato di riferimento e, soprattutto, dalla necessità di aggregarsi in forme più o meno strutturate per essere più performanti nella offerta dei servizi.

Lo studio annuale compiuto da Confprofessioni per l’anno 2017 ha evidenziato che la percentuale di lavoratori auto- nomi che esercitano la professione in forma individuale è pari al 66% del totale, a fronte del 10% e del 22% dei professionisti che la esercitano, rispettivamente, in forma associata e in forma societaria; solo per quelli ordinistici, il 75% dei professionisti opta per la forma individuale, il 13% per quella associata e l’11 % per quella societaria.

I lavoratori autonomi, ordinistici e non ordinistici, sono stati equiparati dall’Europa, con la raccomandazione del 06.05.03 n.ro 2003/361/CE, alle imprese, in quanto entità esercenti attività economica e detta equiparazione è entrata nel nostro ordinamento con la legge 22 maggio 17, n. 81 (Jobs Act dei lavoratori autonomi).

È indubbio, quindi, che le professioni debbano rivedere i propri ruoli tradizionali, e questo in una accezione positi- va. Vi sono più strumenti a disposizione in un mondo in rapida mutazione dove l’innovazione dell’organizzazione e degli strumenti di lavoro assume sempre maggiore importanza.

I professionisti ordinistici hanno oggi la possibilità di svolgere la professione in forma individuale, aggregata in associazioni professionali ed in società, segna- tamente in STP e STA per quanto riguarda gli avvocati. Questi modelli sono però ancora poco diffusi sia per la natura culturalmente individua- lista di chi esercita la libera professione, sia per i limiti normativi e statutari dei modelli esistenti. Vi è da aggiungere che queste forme tradizionali consentono l’aggregazione preferibilmente con soggetti che esercitano la stessa professione. Maggiori complessità, sul piano fiscale e pre- videnziale, sorgono, qualora si pensi di creare aggregazioni multidisciplinari.

Peccato, però, che sia proprio quella multidisci- plinare, per diversa area di competenza e di spe- cializzazione, la forma di aggregazione di cui si sente maggiormente il bisogno e che potrebbe essere lo strumento di sviluppo e di crescita del mondo delle professioni.

Specializzazioni ed organizzazione gli asset portanti

Il posizionamento strategico dello studio pro- fessionale dovrà inevitabilmente passare da un mutamento del modello di business. L’avvocato dovrà ripensare la propria visione di sé, passan- do anche attraverso una nuova organizzazione dei processi di lavoro. La specializzazione sarà uno degli asset portanti del proprio posiziona- mento sul mercato e l’aggregazione tra soggetti con competenze verticali molto approfondite e con relazioni orizzontali di collaborazione e di fiducia costituirà un elemento di potenziamen- to della offerta rispetto agli altri competitors.

Si aggiunga che dalle ricerche svolte dalle casse nazionali di previdenza e assistenza (per esem- pio, la Cassa Nazionale di Previdenza e Assi- stenza dei Dottori Commercialisti), chi esercita la professione in forma associata ha un reddito superiore di quasi due volte e mezzo rispetto a colui che esercita la professione in forma indivi- duale.

Questi sono alcuni dei motivi per cui lo stru- mento del contratto di rete potrebbe essere la risposta e la soluzione a questa esigenza di aggregazione, con ricadute positive anche sull’economia nazionale.
Il contratto di rete è stato introdotto nell’ordina- mento con l’art 3, commi 4 ter e seguenti, del DL 10 febbraio 2009, n. 5, recante “Misure urgenti a sostegno dei settori industriali in crisi”, converti- to con la legge 9 aprile 2009, n. 33. Successivamente, alla luce delle esigenze e delle evoluzioni applicative del contratto stesso, sono intervenute modifiche e integrazioni con: la L. 23 luglio 2009, n. 99, la L. 30 luglio 2010, n. 122, di conversione del DL 78/2010 (“decreto compe- titività”), la L. 134/2012, di conversione del DL 83/2012 (“Decreto crescita”), la L. 17 dicembre 2012, n. 121, di conversione del decreto legge 179/2012 (“Decreto crescita bis”), la L. 28 luglio 2016, n. 154.

I soggetti che fanno rete sono gli “imprenditori” che intendono “accrescere individualmente e collettivamente la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato”.

L’art 4 quater della L. 33/2009 stabilisce che “il contratto di rete è soggetto alla iscrizione nella sezione del registro imprese presso cui è iscritto ciascun partecipante e l’efficacia del contratto comincia a decorrere quando è stata eseguita l’ul- tima delle iscrizioni prescritte a carico di tutti colo- ro che ne sono stati sottoscrittori originari “ o, nel caso di rete soggetto, “ la rete può iscriversi nella sezione ordinaria del registro delle imprese nella cui circoscrizione è stabilita la sua sede”. La pub- blicità presso il registro imprese della Camera di Commercio ha pertanto efficacia costitutiva sia per la rete contratto che per la rete soggetto. L’art 12, co. 2, della L. 22 maggio 2017, n. 81 (Job’s act per i lavoratori autonomi), prevede che “Ai fini dell’accesso ai piani operativi regionali e nazio- nali a valere sui fondi strutturali europei, i soggetti di cui al presente capo sono equiparati alle piccole e medie imprese”. Il successivo comma 3, lettera A, stabilisce che “Al fine di consentire la parteci- pazione ai bandi e concorrere all’assegnazione di incarichi e appalti privati, è riconosciuta ai soggetti che svolgono attività professionale, a prescindere dalla forma giuridica rivestita, la possibilità a) di costituire reti di esercenti la professione e consen- tire agli stessi di partecipare alle reti di imprese, in forma di reti miste, di cui all’articolo 3, commi 4-ter e seguenti, del decreto-legge 10 febbraio 2009, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 aprile 2009, n. 33, con accesso alle relative provvidenze in materia”.

Urgono modifiche legislative

I lavoratori autonomi possono dunque parteci- pare ai bandi e concorrere all’assegnazione di incarichi e appalti privati, ed anche, a prescin- dere dalla forma giuridica rivestita, la possibilità di costituire reti di esercenti la professione e consentire agli stessi di partecipare alle reti di imprese, in forma di reti miste.

Tuttavia, la Legge n. 33 del 2009, con le modi- fiche successive, come abbiamo indicato in precedenza, prevede una pubblicità costitutiva data dalla iscrizione a margine di ciascuna posi- zione del registro imprese di ogni imprenditore che fa parte della rete.

È di tutta evidenza che, non essendo iscritti alla Camera di Commercio, i lavoratori autonomi non possano assolvere all’obbligo pubblicitario richiesto dalla norma sulle reti. A seguito di numerose richieste avanzate dalle Camere di Commercio e da associazioni di categoria, come Confcommercio Lombardia, il Ministero dello Sviluppo e dell’Economia, in data 30 luglio 2018, ha emanato una circolare (n. 3707/C) chiarificatrice sul punto.

Il Ministero dà atto che la normativa del Jobs act si riferisce ai rapporti di lavoro autonomo disciplinati dall’art 2222 cc, con esclusione degli imprenditori e dei piccoli imprenditori di cui all’art. 2083 cc.

Poiché, dunque, i lavoratori autonomi non sono dotati di una propria ed autonoma posizione presso il registro imprese, ne deriva che “a fini pubblicitari appare possibile la sola creazione di contratti di rete misti (imprenditoriali-professiona- li) dotati di soggettività giuridica come descritti al comma 4 quater dell’art 3 della Legge 33/2009”. Di fatto, quindi, secondo la interpretazione del MISE, i lavoratori autonomi potranno costituire unicamente reti soggetto miste, cioè con la pre- senza di imprenditori, in quanto la rete soggetto non richiede la iscrizione della costituzione della rete sulla posizione di ogni retista ma solo presso la sede legale della rete.
Si potrebbe, tuttavia, valutare il fatto che, pro- prio perché la rete soggetto assume una propria autonomia soggettiva, e quindi anche fiscale, nel momento in cui a fare parte della rete fos- sero solo lavoratori autonomi nascerebbe un nuovo soggetto, la rete appunto, che potrebbe iscriversi presso il registro imprese con una identità propria.
Sarebbe allora opportuna una modifica nor- mativa che consentisse anche ai lavoratori autonomi di costituirsi in rete. In particolare, per gli avvocati, occorrerebbe modificare anche la legge ordinamentale che regola l’esercizio della professione forense (L. 31.12.2012, n. 247) per consentire il libero ricorso allo strumento rete, svincolandolo dai limiti di cui alle STA.
Aprire all’aggregazione in rete significherebbe consentire ai lavoratori autonomi di fare ricorso ad uno strumento tecnico-formale più agile e più dinamico nei contenuti rispetto a quelli già esistenti, superando anche le problematiche di carattere fiscale e previdenziale.
Si favorirebbero le aggregazioni multidiscipli- nari dando loro una spinta propulsiva a livello economico ed organizzativo, favorendo nuove sinergie più sostenibili anche da punto di vista dei costi e degli ambiti specialistici di sviluppo. Dunque, nuovi modelli organizzativi per una sfida di innovazione a cui le libere professioni, oggi, non possono più sottrarsi.
Il Futuro è già qui!

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Il disorientamento economico; solidarietà e  sostenibilità come nuova guida e rete di impresa come strumento operativo

Il disorientamento economico; solidarietà e sostenibilità come nuova guida e rete di impresa come strumento operativo

Negli ultimi 10 anni il tessuto economico si è modificato a causa di crisi che hanno toccato l’intera economia globale. La attuale pandemia ci mostra come sia necessario ricorrere a strumenti innovativi , anche sul piano tecnico –giuridico, per affrontare la ricostruzione. Bisogna passare da un approccio competitivo ad un approccio collaborativo ed il contratto di rete può essere il giusto mezzo per sperimentare i rapporti di fiducia. A ciò si aggiunga che il faro che ci può illuminare la strada lungo il  precorso possono essere i 17 goals dell’Agenda ONU 2030 e quindi occorre coordinare ed armonizzare tre elementi essenziali; la crescita  economica , la tutela dell‘ambiente e la inclusione sociale.      

Parole chiave; Buona fede; fiducia, collaborazione, rete , sostenibilità, solidarietà  

Negli ultimi 10 anni è avvenuto un profondo mutamento nel mondo delle professioni e nel tessuto economico del paese anche a causa della crisi economica che si è sviluppata dal 2008 a cui, oggi, si sovrappone, in maniera drammatica, l’emergenza in cui viviamo che ci svela  uno scenario imprevisto, forse prevedibile , ma inaspettato ai più.

Questa emergenza si accoda ad una situazione di disagio per i cambiamenti economici già avvenuti, vissuti da alcuni come non tollerabili, da altri, come opportunità, ed agisce anche sugli strumenti che le nostre società utilizzano per regolamentare i rapporti: gli accordi, i contratti, in generale i patti che regolano la vita di relazione economica e non solo. 

Sia i professionisti , che dovrebbero offrire un percorso ed una soluzione, sia le imprese, che ai consulenti chiedono supporto, si trovano disorientati perché non c’è più un binario su cui muoversi, bensì tante e diverse strade.

Anche le norme di legge non ci danno una riposta univoca  sulle regole da utilizzare  nel percorso ai rapporti contrattuali in essere. Di fatto, la pandemia rientra nella ipotesi di caso fortuito/ forza maggiore che il nostro codice civile non definisce in maniera specifica .

Dobbiamo, quindi, fare riferimento a concetti generali, quali la buona fede. 

Ricorrere al principio di buona fede significa applicare il contratto non in modo egoistico ma solidaristico, tenendo conto della posizione dell’altra parte anche e soprattutto, se più debole. Significa trovare un nuovo percorso o, meglio, regolare i rapporti  da una diversa prospettiva .

Se alziamo gli occhi, abbiamo la possibilità di trovare supporto e guida  in altre fonti.

I 17 obiettivi della Agenda Onu 2030 sono molto preziosi .

Affinché vi sia  uno sviluppo  sostenibile occorre coordinare ed armonizzare tre elementi essenziali; la crescita  economica , la tutela dell‘ambiente e la inclusione sociale . 

L’obiettivo 8 prevede  di “ incentivare una crescita economica duratura , inclusiva  e sostenibile una occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti “ , l’obiettivo 9 prevede di “costruire una infrastruttura resiliente e promuovere la innovazione ed una industrializzazione equa , responsabile e sostenibile “ l’obiettivo 12  “garantire modelli sostenibili di produzione e consumo “ , obiettivo 15 “ proteggere , ripristinare e favorire l’uso sostenibile dell’ecosistema terrestre “, obiettivo 16 “ pace, giustizia e istituzioni forti “ obiettivo 17 “ rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile “ 

Come fare , dunque , professionisti, imprese , lavoratori , mondo produttivo , istituzioni a rispondere anche al proprio disorientamento sul come agire ?

La risposta sta nell’operare in rete, passando da un modello competitivo ad un modello collaborativo , dove la multidisciplinarieta’ e la specializzazione diventano un elemento di potenziamento dell’agire collettivo.

Le imprese ed i professionisti, nella rete, rappresentano dei nodi ed i legami tra questi nodi sono dati dalle relazioni esistenti tra gli stessi. Oggetto della relazione è lo scambio, che può essere tra prodotti e servizi, di informazione, normativo ed affettivo, di risorse. Finalità della relazione può essere rappresentata dallo sviluppo di prodotti, dall’ingresso in nuovi Paesi/ Mercati, dalla messa in comune di certe attività, dalla condivisione di personale. Risorse centrali per lo sviluppo della rete, sono quelle di conoscenza, codificate e delle routines organizzative, delle risorse umane, ma, soprattutto, sono le risorse di FIDUCIA.

Nell’ambito delle relazioni tra imprese, la FIDUCIA riduce l’incertezza fornendo momenti cooperativi oltre a limitare i costi del controllo.

Questi temi sono fondamentali per potere affrontare la nascita di un rapporto collaborativo tra soggetti, che nella realtà molto spesso esiste, ma non viene codificato in forme societarie in quanto vissute dagli Imprenditori come restrittive della propria libertà di scelta sul come fare impresa.

Poiché oggi, tuttavia, lo scenario emergenziale a livello mondiale ci impone delle riflessioni sul modello di sviluppo adottato e soprattutto da adottare per il futuro, non è più possibile non vedere come la messa in comune delle risorse verso un nuovo progetto di sviluppo non sia più rinviabile.

Credo che lo strumento rete abbia i requisiti tecnici ed innovativi per adattarsi alle nuove necessità.

Il contratto di rete, oggi, è un contratto tipizzato, qualificabile quale contratto plurilaterale che presenta molteplici sfaccettature ed è in costante evoluzione. Limitarne la portata ad una nuova figura contrattuale non sarebbe rendergli giustizia. Il contratto di rete è nato ed è stato pensato dal legislatore come uno strumento a servizio delle nuove frontiere del Diritto dell’Economia.

Gli ambiti interessati dal momento della nascita e della crescita ma anche della crisi e del fallimento delle Reti, sono molteplici. Economia aziendale, Psicologia del lavoro, Analisi finanziaria, Organizzazione dei processi produttivi, Ricerca, Sviluppo, Innovazione.

La rete richiede collaborazione e cooperazione tra i soggetti che si muovono nell’orbita delle imprese; non solo i singoli imprenditori ma anche i lavoratori, il Manager di rete, i professionisti consulenti, gli Istituti Finanziari, le Associazioni di categoria. Richiede presenza e consapevolezza delle risorse necessarie da parte delle Istituzioni; Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero dell’Economia, il Garante delle Imprese.

Occorre affrontare il passaggio dal progettare da soli a farlo in tanti , fruendo di spazi globali in un tempo e spazio che si dilatano e creando rapporti che si basano sulla reciproca fiducia . In questo modo si uniscono le competenze , si opera in una prospettiva e con uno scopo rappresentati dal bene comune. 

Il termine rete evoca un “plurale”; corrisponde ad una immagine a maglie, ad intrecci di relazioni reali o virtuali che si incastrano, si imbrigliano o si sostengono.

Il concetto evoca rapporti tra soggetti, sia in termini di legami tra persone o tra unità organizzative, sia in termini di entità in parallelo o in contrapposizione.

Questo tessuto di contatti e rapporti, sottende una concezione della persona o dell’azienda come soggetto in interazione con gli altri, capace di influenzarli e di esserne influenzato, una leadership plurale.

L’attenzione, dunque, viene portata sulle relazioni, la loro costruzione, il loro mantenimento, il coinvolgimento, lo sviluppo.

Le reti variano a seconda dei soggetti e delle loro caratteristiche; sono influenzate dalla storia delle persone e dalle loro esperienze, sono ispirate dalla cultura e si modificano in funzione del tempo. 

Il riconoscimento e la realizzazione dei nodi di rete tra servizi o aziende differenti, passa attraverso la fiducia dei soggetti coinvolti per creare agganci tra forze diverse che, pur mantenendo la propria autonomia e specificità, perseguono, insieme, precisi obiettivi, da cui discendono azioni compatibili di partenariato. 

Governare ed innovare sistemi produttivi, aziende o consorzi di aziende, oggi richiede a tutti (dirigenti, imprenditori, rappresentanti delle istituzioni) una capacità inedita di vivere la collaborazione, sapendo che non vi è una strada sola, ma che è necessario trovare le forme di collaborazione possibile’ e ‘sostenibile’.

Ogni operatore economico manterrà la propria caratteristica ontologica , ma si potrà sviluppare un modo condiviso di  gestione dei rapporti giuridici ed economici . La scelta della strada da percorrere sarà o almeno potrà essere, maggiormente condivisa.

Concludo con le parole di Enzo Spaltro “ il Futuro della economia che penso sarà soggettivo e diffuso si chiamerà bellessere. …. Lentamente ma inesorabilmente due vecchi nemici, il denaro ed il lavoro, diventeranno amici tendendo, forse, a unificarsi”.

Bibliografia:

*IV rapporto sulle libere professioni in Italia Confprofessioni anno 2019 

*Rapporto Censis sulle professioni 2019  

*Sustainable Development Goals o, in forma abbreviata, SDG AGENDA ONU 2030

*Contratto di rete di imprese a cura di Vincenzo Cuffaro ( Autori vari ) Giuffrè Editore Spa Milano 2016 

*“ Un Futuro Bello” Enzo Spaltro Editore: Format A cura di: B. Feltrin Data di Pubblicazione: marzo 2016

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Cosa è lo smart working e come si declina dal punto di vista della organizzazione del lavoro e della normativa applicabile.

Cosa è lo smart working e come si declina dal punto di vista della organizzazione del lavoro e della normativa applicabile.

Negli ultimi due mesi l’ espressione “smart working” è divenuta familiare non solo ai lavoratori, che ne sono stati direttamente coinvolti, ma all’intera opinione pubblica.

In realtà, la rivoluzione digitale da tempo ha cambiato le abitudini e le richieste delle persone che chiedono più flessibilità nel mondo del lavoro a fronte di una organizzazione ancora rigida. 

Cosa non è lo smart working? 

Cominciamo a descrivere cosa NON E’ SMART WORKING.

  1. Intanto non è TELELAVORO ma una sua evoluzione.

Il Telelavoro , disciplinato dall’accordo quadro europeo del 16/07/2002 e recepito a livello nazionale dall’accordo interconfederale del 09/06/2004, prevede che la attività lavorativa sia svolta * regolarmente fuori dai locali aziendali, * presso un luogo prestabilito, generalmente la abitazione del lavoratore  a cui il datore di lavoro ha accesso per verificare la sussistenza dei requisiti di sicurezza.

Nello smart working il lavoratore presterà la sua attività in via alternata in azienda e fuori dai locali aziendali , in un luogo non necessariamente predefinito.

  1. NON E’ UNA FORMA DI WELFARE AZIENDALE né SIGNIFICA FAR LAVORARE LE PERSONE DA CASA UN GIORNO O DUE ALLA SETTIMANA.    

SMART WORKING significa svolgere la propria attività lavorativa in funzione della realizzazione di obiettivi determinati, consentendo alle persone di avere maggiore flessibilità ed autonomia nella scelta degli spazi di lavoro oltre che degli strumenti e degli orari, così da responsabilizzarle nel raggiungimento dell’obiettivo prefissato. 

Naturalmente, questa filosofia manageriale richiede collaborazione e comunicazione tra i lavoratori i datori di lavoro , i manager e tutta la struttura aziendale e significa passare ad una fase di responsabilizzazione e condivisione, valorizzando i talenti di ciascuno ed utilizzando i mezzi innovativi necessari.     

COSA E’ lo smart working ? Ci risponde la legge istitutiva Legge 22 maggio 2017 n.ro 81 cosiddetta job act lavoro autonomo all’art 18, MODIFICATA DALLA Legge 20 dicembre 2018  N.RO 145:

“ modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, stabilita mediante accordo tra le parti anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro , con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’ attività lavorativa. La prestazione lavorativa viene eseguita in parte all’interno dei locali aziendali ed in parte all’esterno, senza una postazione fissa , entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva “ ( art 18 co 1)       

Quale è l’ambito di applicazione dello smart working?  La legge non stabilisce dei limiti alla sua applicazione quindi, in astratto, è applicabile a tutti i rapporti di lavoro subordinato.

Tuttavia, si riuscirà ad applicare soltanto a quei lavori che possono essere svolti anche da remoto. Occorrerà, dunque, effettuare una valutazione in termini di struttura e quindi si rivolgerà a determinate tipologie contrattuali, ed in termini di merito, in base alla attività svolta dal lavoratore ed alla sostenibilità all’interno della impresa.

Al fine, poi, di non porre in essere discriminazioni tra lavoratori,  occorrerà che ogni azienda svolga una analisi organizzativa al fine di definire le posizioni che sono compatibili con il lavoro agile, che di solito si concretizza con una clausola di accesso contenuta negli accordi collettivi di lavoro.    

Lo smart working si applica anche alle pubbliche amministrazioni , in quanto compatibile . La legge 81/2017 andrà quindi coordinata con la Legge 77 agosto 2015 n.ro 124 all’art 14 in materia di telelavoro, con la direttiva del Presidente del Consiglio del 23 maggio 2017 e del primo giugno 2017 contenenti linee guida sulla organizzazione al fine di conciliare i tempi di vita e di lavoro dei dipendenti pubblici.   

Quali sono gli elementi costitutivi dello smart working ? 

  • la prestazione lavorativa viene svolta parte in azienda e parte all’esterno, senza una postazione fissa.  
  • Occorre sottoscrivere un accordo tra datore di lavoro e lavoratore per regolare le modalità di svolgimento della prestazione che andrà poi trasmesso al Ministero del lavoro e delle politiche sociali.
  • Il datore di lavoro è responsabile del buon funzionamento degli strumenti di cui è stato dotato il lavoratore per svolgere la prestazione lavorativa ed è responsabile della sua sicurezza.
  • Il datore di lavoro deve garantire la salute e la sicurezza del lavoratore sul lavoro, deve consegnare al lavoratore e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, un prospetto informativo con cadenza annuale.
  • Il trattamento economico, a parità di mansioni, è il medesimo tra lavoratori in smart working e lavoratori all’interno della azienda.
  • Il lavoratore in smart working deve cooperare con il datore di lavoro per attuare le misure necessarie di prevenzione per i rischi che possono sorgere dallo svolgimento dell’ attività fuori dai locali aziendali .
  • Gli incentivi contributivi e fiscali, per incremento di produttività, si applicano anche al lavoratore in smart working  

Come si applica in questo periodo di emergenza lo smart working ?

Il DPCM primo marzo 2020 pubblicato in Gazzetta Ufficiale n.ro 52 il primo marzo 2020 , poi il DPCM 11 marzo 2020 pubblicato in Gazzetta Uff. l’11 marzo 2020 e l’ultimo DPCM del 10 aprile 2020 pubblicato in Gazzetta uff. l’11 aprile 2020 n.ro 97 hanno introdotto e disciplinato una procedura semplificata per la attivazione del lavoro agile su tutto il territorio nazionale.

Detta procedura permette di instaurare lo smart working anche in assenza degli accordi individuali previsti dalla legge 81/2017 e con l’assolvimento, in via telematica, degli obblighi di informativa, ricorrendo anche alla documentazione messa a disposizione sul sito dell’INAIL.

Le raccomandazioni date sono :

  • “sia attuato il massimo utilizzo da parte delle imprese delle modalità di lavoro agile per le attività che possano essere svolte al proprio domicilio in modalità a distanza “   
  • “per tutte le attività non sospese si invita al massimo utilizzo della modalità di lavoro agile” 
  • Lo stesso principio è valido per le P.A 

Quali sono gli adempimenti da porre in essere oggi ,per attivare lo smartworking ?

In primo luogo non è necessaria la stipula dell’accordo individuale tra datore e lavoratore

  • Il datore di lavoro, per attivare lo smart working, dovrà fare una comunicazione mail con riferimento ai DPCM che hanno introdotto la semplificazione ed il lavoratore non potrà rifiutare la prestazione a distanza, salvo motivi che attengano alla tutela della salute. Al contrario, il datore di lavoro può decidere se attivare o meno lo smart working. 
  • Gli obblighi relativi alla informativa in via telematica possono essere assolti con la modulistica resa disponibile sul sito dell’INAIL. 
  • La comunicazione semplificata al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali viene effettuata con il caricamento sul sito di un file excel ( in fomato . xlsx) e l’accesso per il caricamento avviene con le credenziali SPID oppure con le credenziali rilasciate dal portale www.cliclavoro.gov.it  
  • Restano ferme le prescrizioni in ambito di sicurezza sul lavoro. Il lavoratore dovrà cooperare per non porre in essere condotte che possano essere foriere di rischi per sé ed anche per soggetti terzi. Occorrerà individuare anche luoghi di lavoro adeguati, salubri ed utilizzare i device in modo conforme alle normative di sicurezza.    

Come sarà lo smart working trascorsa l’emergenza?

La normativa applicabile , è legittimo pensare, tornerà a essere quella della Legge 81/2017 istitutiva dello smart working.

Occorrerà, quindi, sottoscrivere accordi individuali tra azienda e lavoratore per valutare ogni caso singolarmente oltre che valutare la misura del rischio e formare, per questo, il lavoratore in quanto, anche al lavoro agile, lo ribadiamo, vanno applicate le disposizioni in materia di sicurezza sul lavoro. 

Quale sarà la forma che dovrà avere l’accordo individuale ? 

La forma dovrà essere scritta. Si dovranno indicare la durata del rapporto di lavoro in modalità agile, i tempi di lavoro e di riposo del lavoratore, le modalità di esercizio del potere direttivo da parte del datore di lavoro. Dovranno essere indicati gli strumenti che il lavoratore deve usare; opportuno che siano forniti dal datore di lavoro per ragioni legate anche alla privacy ed alla tutela dei dati.

Dovrà essere organizzata la modalità per assicurare la disconnessione dagli strumenti tecnologici, si dovrà disciplinare il potere di controllo del datore di lavoro sul lavoratore in funzione disciplinare quando la attività viene svolta fuori dagli ambienti della azienda. Si dovrà disciplinare le modalità di fruizione della formazione al fine della certificazione periodica delle competenze.

In conclusione 

La situazione straordinaria in cui ci troviamo a vivere e a lavorare, ha accelerato il ricorso alle attività a distanza. Questo può essere valutato, per quanto possibile, come un aspetto positivo in quanto dimostra che è possibile fare ricorso alla tecnologia a servizio di una migliore qualità delle prestazioni.

Naturalmente, bisognerà tenere conto di molteplici fattori e gestire in maniera equilibrata lo strumento che potrà comunque incidere anche sulla sostenibilità dei territori, limitando ad es. gli spostamenti e quindi l’inquinamento o comunque consentire quella conciliazione di tempi di vita e lavoro che rendono i lavoratori più sereni ed anche più motivati al raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Il percorso è iniziato spetta a ciascuno di noi incamminarci sulla strada migliore !

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